Talkshock – Alba Parietti

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Talkshock – Alba Parietti

Conduttrice e show-girl amatissima dal pubblico, per la sua bellezza, la sua intelligenza, la sua versatilità e la sua capacità di reinventarsi costantemente che l’hanno portata ad affrontare ogni sfida con grinta.
La sua presenza magnetica e il suo humor pungente hanno reso i suoi programmi momenti indimenticabili di allegria e ironia, che hanno conquistato il cuore dei telespettatori.

Un’icona di bellezza e sensualità: Alba Parietti, torna in tv dal 29 giugno alla conduzione di un programma, pieno di lustrini e paillettes “Non sono una signora”, una trasmissione che nonostante i vari rinvii – ci dice la conduttrice – che sarà un concentrato di allegria e tenacia.
È stata anche madrina per la lotta all’HIV al Muccassassina, una donna a cui non fanno paura le sfide, attrice al cinema ma anche a teatro, dove ha dimostrato di essere una performer completa.

Mucca Talkshock l’ha incontrata per entrare nel suo universo e scoprire i segreti della sua carriera longeva, affrontare con lei i temi di attualità e ascoltare le sue esperienze.

Alba, come ti definiresti con poche parole o meglio come preferisci essere descritta: una conduttrice, un’opinionista, una mamma…
Direi semplicemente, Alba Parietti, è un brand.

Quanto conta per te il fatto di dover esser per forza, inserita in un contesto o definita per quello che fai?
Non credo ci sia bisogno di definizioni, perché quando hai 45 anni di carriera alle spalle e hai fatto tutte le cose più belle che si potevano fare, non hai bisogno di definirti.
Penso di aver cambiato la storia della televisione, attraverso alcuni programmi che hanno fatto svoltare il mondo della televisione, alcune trasmissioni sportive che hanno cambiato le sorti della donna nel calcio.
Quando per quarant’anni sei stata coerente, per quarant’anni hai fatto i programmi più belli che si potevano fare, e poi esisti ancora, hai molta credibilità, in teoria una persona normale dovrebbe portarti rispetto, invece ci sono persone che non avendo avuto una realizzazione personale offendono, perché sono infelici.
A me non verrebbe mai in mente di dover definire una mia collega che è riuscita bene nella sua vita e nella sua carriera.

Qual è stato il programma più rivoluzionario che hai fatto?
“GalaGoal” e “Macao” sono stati due grandi rivoluzioni e due grandi successi personali.
Mentre il “Festival di Sanremo” e “Domenica In”, sono programmi, che sono stati importanti con o senza di me, viceversa “Grimilde”, “Macao”, e “GalaGoal”, sono stati programmi legati a me, programmi cult, che gli spettatori dopo 30-40 anni ricordano ancora.

Quando hai deciso o hai capito che la televisione sarebbe stato il mezzo più adeguato per esprimere iltuo modo di essere, la tua personalità?
A 15 anni quando ho per la prima volta avuto l’occasione di fare televisione nelle piccole televisioni torinesi.
Penso che la televisione la impari solo facendola, è un mezzo che conosci praticandolo, e per imparare devi andare in onda, a meno che tu non ti faccia un canale privato e cominci lì.

Qual è stata la tua reazione quando ti hanno chiesto di presentare “Non sono una signora”?
Quanto ti piace l’arte drag, e da quanto ne sei un’appassionata? Ci puoi anticipare una chicca, un’anticipazione del programma?
Per prima cosa quando mi hanno chiamato, l’idea finalmente di riavere un programma come conduzione, per me è stato elettrizzante. Seconda cosa, per me è sempre stato importante trovare nelle varie conduzioni un programma che avesse delle similitudini con me, in cui potessi essere unica.
Dopo anni di assenza alla conduzione, ho pensato che fosse fondamentale che il programma che andavo a condurre avesse delle specificità per cui venivo scelta io, e mi sembrava che questo programma potesse essere perfetto per me, soprattutto per il tipo di argomento, che conosco, che m’appartiene, che mi diverte, infatti secondo me abbiamo fatto un ottimo lavoro e non vedo l’ora che possiate vederlo anche voi.
Da quando ero ragazzina sono sempre stata affascinata dall’arte drag, purtroppo viene considerata, stupidamente e pregiudizialmente un’arte legata solo all’omosessualità, per certi versi per questo discriminata, quando invece quest’arte è la più antica del mondo, perché quando le donne, non potevano esibirsi, gli uomini in teatro recitavano vestiti da donna.
Le Drag Queen sono state un importantissimo movimento, poi se vedrete il programma lo capirete meglio, soprattutto con le nostre tre Queen della giuria.
L’arte Drag è un’arte, che non tutti possono fare, ci sono delle caratteristiche di quest’arte, per le quali non ci si può improvvisare, non ci può svegliare una mattina e dire mi metto a fare la Drag.
Vi anticipo, che le persone più insospettabili, saranno quelle che si troveranno più a loro agio, perché lo hanno fatto con lo spirito giusto: per divertirsi, per fare una cosa divertente. Chi aveva un rapporto più complesso, contorto con la propria mascolinità, con il proprio machismo, e quindi con quel bisogno si dimostrare sia in un verso, che nell’altro, per paura di sembrare o per la certezza di riuscire, sono quelli che hanno sbagliato di più.
Quelli che lo hanno fatto meglio sono quelli che si sono lasciati andare.
La cosa che ci tengo a precisare è che non c’è nulla di macchiettistico, mentre molto spesso il travestimento, di consuetudine nella televisione viene trasformato in macchietta.
Ci sono persone che si sono messe in gioco travestendosi, da Drag Queen, sia uomini che in parte donne, facendo uscire una parte di sé stessi inedita, che magari gli sarebbe piaciuto tirare fuori, ma non l’hanno mai fatto.
In fondo vi ricordate quando da bambini ci chiedevano di vestirci a Carnevale da qualcuno, ognuno di noi in realtà, sceglieva un personaggio che lo affascinava o avrebbe voluto essere, c’era l’alibi del Carnevale, e con questa scusa tutti ci siamo travestiti nei modi più impensabili, tirando fuori una parte di sé; in realtà l’arte Drag è trovare il tuo doppio, che nella tua vita saresti voluto essere ma non sei stato, mettendoci dentro una performance artistica.

Hai detto di ringraziare tuo padre per averti fatto crescere senza pregiudizi, ad oggi facendo un bilancio quanto ti è stato utile?
Devo ringraziare la mia famiglia in generale, l’intelligenza di mio padre e di mia madre hanno fatto sì che crescessi senza pregiudizi, non ti nascondo che quelli erano gli anni in cui i preconcetti ce li avevano tutti, anche i miei genitori, la cosa più difficile è stata liberarsi dai pregiudizi.
Credo che mia madre, che ha vissuto una situazione familiare molto complessa, anche con degli zii molto liberi fin da allora, stiamo parlando degli inizia del Novecento; c’erano nella famiglia di mia madre, dei miei zii, che in modo conclamato vivevano la loro omosessualità non con poche problematiche, parliamo degli anni in cui l’essere gay era condannato duramente, però proprio per questo nella mia famiglia, c’era una visione molto meno giudicante.
Anche loro avevano le loro paure, perché poi la paura del giudizio degli altri è quello che sovrasta alle volte anche le persone più intelligenti, nessuno è veramente libero dal giudizio degli altri che prescinde dal suo. Il giudizio dell’opinione pubblica è più importante di quello che tu riesci a capire.

Quanto pensi sia importante vivere liberamente la propria identità di genere o la propria sessualità nel mondo di oggi, soprattutto per stare bene con sé stessi.
Penso che le persone vadano capite e comprese a 360 gradi. La mia libertà finisce dove comincia la libertà dell’altro.
Ritengo che rutto quello che sia eccesso, ostentazione, che poi arriva a sfociare nella volgarità, sia sbagliato, per tutte le coppie in generale, etero, omosessuali, proprio per evitare di dare, le cose preziose in pasto a gente che può svilirle, per poi arrivare a dire: siete degli esibizionisti.
Trovo che tutto ciò che diventa eccesso e ostentazione non sia libertà ma volgarità.
Non bisogna mai trascendere, è una questione di buon gusto, perché poi si diventa facilmente bersaglio per giudizi stupidi.

Tempo fa sei stata la madrina del Red Ball di Muccassassina, ma non era la prima volta che ti esponevi in tema di prevenzione, di lotta allo stigma dell’HIV e dell’importanza dell’uso del preservativo.
Sono stata la prima a farlo nella Rai democristiana degli anni Novanta, quando feci la prima copertina di “City”, che all’epoca si chiamava “Noi”, sull’uso del preservativo.
Penso di dover rendere un servizio, che non sia mai esageratamente di parte.
L’HIV è un problema che riguarda tutti, non solo i gay, l’inizio della trasmissione dell’HIV, sono state dovuto soprattutto a persone con problemi di tossicità, poi è diventata una malattia legata esclusivamente al sesso.
Penso sia importante condividere i problemi e far capire che i problemi di una persona, che sia donna, omosessuale, o abbia qualsiasi caratteristica in realtà sono un problema di tutti, infatti se non si riconosce una problematica seria, un problema solo di alcuni come la maternità surrogata, allora tutto abbiamo un problema.
Bisogna cercare di allargare i confini da tutti i punti di vista, cercare di coinvolgere tutte le categorie di persone perché questi problemi riguardano tutti.
Certo mi ricordo benissimo quando sono stata a Muccassassina.
Lo racconto sempre ci sono cresciuta nei locali come il Plastic, di Milano che ancora oggi quando vado mi ritrovo come un cuore selvaggio sul palco a cantare, e vengo scambiata per una drag o per una trans che vuole imitare Alba Parietti.

 

Intervista a cura di Paolo Di Caprio